Dal vivo  

Vi racconto gli eventi dal vivo a cui ho partecipato:
fiere, manifestazioni, presentazioni... belle occasioni per parlare di libri!

Incontri con lo scrittore:

Scilla Bonfiglioli presenta La bambina e il nazista

Durante la giornata della memoria, come vi avevo annunciato nella pagina Eventi, si è tenuta la presentazione del libro “La bambina e il nazista” di Franco Forte e Scilla Bonfiglioli, che ho avuto il piacere di leggere e di cui vi ho già proposto la mia recensione.

A presentare il romanzo era presente Scilla, che è stata intervistata da Marina Malpensa, presidente del consiglio comunale di San Lazzaro di Savena, e per l’occasione siamo stati ospitati dalla libreria SQuiLibrai, per l’appunto di San Lazzaro.

 

 

D: La bambina e il nazista è un libro molto particolare perché va a narrare una storia che, nella sua ferocia, può insegnare molto a tutti noi. Infatti pone l’attenzione su atteggiamenti tipici dell’essere umano, come il non curarsi di ciò che accade accanto a noi, o la difficoltà di comprendere gli altri e le loro diversità, comportamenti che possono generare odio e violenza, come accaduto appunto durante l’olocausto.

Il libro suscita emozioni molto forti, spinge il lettore ad interrogarsi sulla paura dell’uomo per il cambiamento, sulla responsabilità che ognuno di noi ha di fare scelte che contribuiscano a cambiare, non solo la propria vita, ma anche quella delle persone accanto, a farsi domande sulla paura, perché a volte la sensazione di pericolo che avvertiamo ci porta a reagire in modo eccessivamente auto-difensivo.

 

R: La trama si sviluppa partendo da una base molto semplice, ovvero dalla storia di un ufficiale di riserva dell’esercito tedesco che conduce una vita di quieta disperazione. Hans, il protagonista, non ha simpatia per il Reich però ha paura di esporsi, perciò cerca di vivere una vita tranquilla nel paradiso protetto della sua casa e della sua famiglia, mentre attorno a lui infuria la guerra. Il suo tentativo di non vedere, però, fallisce perché l’avanzata tedesca diventa sempre più forte, e al contempo è sempre più evidente l’esistenza dei campi di sterminio, che prima il Reich cercava di tenere nascosti.

Il suo mondo crolla quando sua figlia Hanne si ammala e muore, nel frattempo diverse ribellioni da parte degli ebrei si scatenano in giro per l’Europa, a partire dal Ghetto di Varsavia, il tutto mentre l’armata rossa si avvicina da est.

Hans viene quindi trasferito nel campo di concentramento di Sobibór, in Polonia. I campi in Polonia erano particolarmente crudeli, adibiti specificamente allo sterminio degli ebrei e così, dopo anni in ufficio, Hans si ritrova faccia a faccia con le mostruosità dell’esercito tedesco.

Un giorno, mentre sorveglia l’arrivo di nuovi prigionieri al campo, da un treno scende una bimba che assomiglia a sua figlia. In lui scatta qualcosa e decide di proteggerla, per un amore estremo ma anche egoistico. Così, cercando di salvare la bambina, dovrà correre rischi, dovrà esporsi molto.

 

Il romanzo è una modalità comunicativa particolare su questo tema, soprattutto da parte di una scrittrice così giovane. Come mai esporre un argomento così importante attraverso un romanzo, anzi che magari altre forme di comunicazione, visto che sei un’artista molto eclettica?

 

Posso parlare ovviamente solo per me, ma io non ho mai usato i social per cose serie, ma solo per svago e divertimento. Ho scelto romanzo perché l’arte serve per canalizzare ciò che si vuole comunicare ed io sono una scrittrice; se avessi lavorato in teatro, magari lo avrei inscenato, come ho fatto in passato. La scrittura è un mezzo ancora molto usato per comunicare cose importanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un libro del genere, con un importante strato storico, ha la necessità di essere coerente con la storia e quindi richiede molto studio e approfondimento, esatto?

 

Sì esatto. Innanzi tutto né io né Franco siamo storici, quindi non abbiamo avuto la pretesa di ricostruire meticolosamente i reali avvenimenti. Tuttavia abbiamo dovuto studiare molto e non è stato sempre semplice, anche perché è un argomento vasto e stratificato, con testimonianze contrastanti, prove che sono state distrutte e altre disponibili solo in polacco. Abbiamo comunque visionato molti documenti; abbiamo per esempio studiato le piantine dei campi di sterminio in cui è ambientato il racconto, le spiegazioni di come erano organizzati i prigionieri e di come venivano perpetuate le torture ed eliminati i corpi. Non era nostro obiettivo però creare un saggio storico, non volevamo ricostruire fedelmente la verità, perché la funzione del romanzo è quella di colpire il cuore, emozionare, sviluppare empatia. Per esempio Osnabrück, la cittadina che troviamo all’inizio del romanzo, non è quella davvero esistita che è stata bombardata e distrutta. Noi l’abbiamo dipinta come una cittadina tranquilla, proprio perché volevamo ricostruire la visione che Hans aveva di questa città, che per lui era perfetta, di cui non vedeva i bombardamenti ma solo quello che voleva vedere.

In un romanzo deve esserci coerenza, tuttavia non è un documentario.

 

Hans vive in una bolla di tranquillità e di finzione, che viene rotta dalla morte della figlia. Il suo riversare tutto l’amore e la cura nei confronti di Leah sembra che dipenda dalla somiglianza fisica della bimba con sua figlia, un transfer psicologico quindi, ma sembrerebbe esserci di più. Forse per lui è solo una scusa?

 

Hans è un uomo distrutto dal lutto, peraltro avvenuto poco prima del suo trasferimento, quindi quando vede Leah sicuramente in lei rivede la sua bambina. Tuttavia in lei non vede solo la figlia, ben presto si affeziona al carattere della piccola Leah, che diventa per lui una seconda figlia, senza mai sostituirsi all'amata Hanne. Il trauma subìto con la perdita gli genera visioni e lampi onirici in cui la figlia lo aiuta a salvare dapprima solo Leah, poi tutti i prigionieri. La figlia diventa un’ispirazione e uno sprone ad agire per il bene dall'altra bambina, e non solo.

Tuttavia Hans non è un personaggio del tutto positivo, come in molti lo hanno interpretato, perché è sì generoso, ma anche egoista. Infatti, l’amore che lo porta a resistere fino alla fine è molto verso sé stesso e la sua famiglia, tuttavia riesce a mettersi in gioco anche per il bene di Leah.

 

In questo libro incontriamo molti personaggi e molto differenti tra loro. Quando uno scrittore deve definire i tratti e le caratteristiche di un personaggio, immagino ce ne siano alcuni più ostici da inventare e descrivere, mentre altri più vicini e simpatici. È stato così per te?

 

Sicuramente. Tra l’altro tra i personaggi più amati e tra quelli più controversi, ce ne sono in particolare tre ispirati a personaggi storici, rispetto agli altri che invece sono completamente di fantasia.

Tra i personaggi che più ho amato, il primo è l’anziano rabbino Goldberg, il cui personaggio è basato su un personaggio davvero esistito in Polonia e deportato a Sobibór, figlio di un rabbino e una persona molto colta, che ha usato la sua abilità nella dialettica per sopravvivere. Accanto c’è il soldato sovietico Misha, un uomo che non accettava la prigionia e non si arrendeva alla sottomissione. I due realmente organizzano, in collaborazione, quella che passò alla storia come la Ribellione di Sobibór, davvero avvenuta e che abbiamo descritto nel modo più fedele possibile.

Tra i personaggi invece più antipatici e oscuri, nomino la sorvegliante tedesca Alida Haller, detta la valchiria, la cui ricostruzione è basata sulla “strega di Buchenwald” ovvero Ilse Koch, che fu la moglie di un comandante tedesco, divenuta famosa per la sua spietatezza verso i prigionieri. Nella realtà le torture verso i prigionieri erano, purtroppo, un passatempo diffuso nei campi di concentramento; unendo questo alle testimonianze sulla donna, abbiamo costruito questo personaggio da incubo.

 

Quando si legge un romanzo collettivo, a volte si percepisce molto lo stacco tra i diversi stili di scrittura dei vari scrittori, per cui si riesce a intuire lo stacco, il cambio di mano tra un pezzo e l’altro.

Non si può dire questo del vostro romanzo. Come avete fatto? Come è possibile scrivere insieme, rimanendo entro la cornice di avvenimenti e personaggi, lavorando in coppia?

 

Ci sono molti modi per scrivere libri in coppia o in gruppo. Dipende intanto dal livello di affinità tra i due autori. Con alcuni potrei lavorare tranquillamente, con altri probabilmente farei più fatica. Nel nostro caso abbiamo fatto una scrittura stratificata. Ovvero, si scriveva, si ripassava sopra, e poi si correggeva, ancora e ancora. Non è stata una scrittura lineare ma a strati appunto, e questo ha permesso di ottenere una scrittura omogenea.

L’anno prossimo probabilmente uscirò con un altro romanzo, ma in coppia con un’altra autrice. Però non vi posso dire altro!

 

Verso la fine nel libro Hans, per difendere la bambina, fa scelte molto pesanti, che hanno riflessi drammatici sulla vita di altri personaggi. La sua difesa della bambina difesa passa anche attraverso la complicità con altre persone che lo aiutano, sia ad agire, sia a sopportare situazioni difficilissime.

Si comprende quanto sia importante non sentirsi soli quando si combatte qualcosa di orrendo, ma riuscire a solidarizzare, anche per piccoli tratti del percorso, persino con persone distanti e che forse non si vedranno più, riuscire però a stare insieme per fare qualcosa di buono.

 

Quando si crea un contatto con il prossimo, è possibile trovare un modo per superare una situazione difficile e creare cose positive. In realtà Hans è molto solo per tutto l’arco narrativo, tuttavia ogni tanto riesce a trovare un varco verso qualcuno. Si appoggia ad alcuni personaggi, qualcuno lo aiuta; non è una vera e propria rete di sostegno, ma alcuni singoli contatti che riescono, nel complesso, a condurlo verso una salvezza.

 

È infatti la capacità di mettersi in relazione che aiuta anche a difendersi in situazioni molto oppressive. A questo proposito, un personaggio che colpisce è il superiore di Hans, Franz Meyer, sicuramente meno controverso, forse perché viene descritto meno. Costituisce una figura paterna, che fin dall'inizio attiva qualcosa che Hans già ha dentro di sé, la consapevolezza di quanto tutto fosse ingiusto, crudele e iniquo. Il superiore fa nascere in lui questa consapevolezza, ma non esplicitamente… rimane sempre molto sul filo di quello che si può dire, del detto o non detto.

 

È vero, ma anche perché in questo periodo storico nessuno poteva più fidarsi di nessuno. Capitava spesso che persone venissero tradite da gente che conoscevano da una vita e di cui si fidavano, finendo così arrestate. Il superiore è effettivamente una persona di cui lui si può fidare, ma questo lui subito non poteva saperlo. Intuisce i sentimenti di Meyer, ma avrebbe potuto benissimo trattarsi di una trappola.

 

DOMANDE DAL PUBBLICO:

 

È possibile che siano esistiti veramente casi di persone che hanno agito come Hans?

 

Noi ci siamo basati su un articolo autentico, letto anni fa, che parlava di un nazista che salvava una bambina. Purtroppo l’articolo è andato perso e quindi non possiamo dare connotazioni più precise agli avvenimenti, ma su questo è stata costruita la storia.

Penso però che sia più che realistico pensarlo perché, di tutti gli ufficiali tedeschi, è difficile credere che tutti abbiano agito come mostri. Voglio sperare che, tra le fila, qualcuno ci sia stato che, come il nostro protagonista, abbia colto la possibilità di scegliere diversamente, che si sia ribellato alla politica e abbia lottato per sentimenti umani.

 

Com'è nata l’dea di raccontare a storia dal punto di vista del cattivo, quando spesso si tende a raccontarla dalla parte del personaggio buono, nonché della vittima?

 

Abbiamo provato a partire dalla scelta meno probabile. Sono stati scritti molti romanzi dal punto di vista della vittima, molti riguardanti l’olocausto. Ma cosa succede quando ti metti dall'altra parte? Compito di un narratore è cercare la diversità anche in un tema tanto affrontato. Ci siamo messi nei panni di un personaggio cattivo sì, ma con dei tratti che lo ammorbidiscono.

 

Il mondo del cinema offre molti punti di vista sul nazismo, ci sono stati film che vi hanno dato spunti o vi hanno influenzato sulla piega che avete dato alla narrazione?

 

Ho osservato come, nelle serie televisive più recenti, si cerchi di mostrare il lato cattivo che è possibile trovare nel buono, così come il buono nel cattivo. Cito, per esempio, la nuova serie ”The boys”, un gruppo di supereroi che sono apparentemente fantastici, ma guardando meglio hanno lati molto oscuri. Nel libro si può osservare questo andare oltre l’apparenza, il non delineare personaggi netti ma cercare le sfumature. È una linea artistica battuta ultimamente, ma molto interessante.

Infatti anche in questo libro si nota come azioni che vanno nella direzione del “buono”, comportino alcune scelte negative, si vede l’ineluttabilità del fatto che non sia tutto lineare, che non si possa scegliere sempre e solo il bene, ma talvolta occorra passare dal male per arrivare al bene. Questo anche nelle scelte minime, non solo in quelle tragiche.

Se accettiamo di non essere solo buoni, possiamo scendere a patti anche con la nostra parte oscura, accettare anche di dover fare delle scelte negative. C’è un punto, nel libro, in cui Hans punta una pistola contro un uomo e si rende conto che non aveva mai ucciso nessuno, prima, in vita sua. Poi riflette e realizza che, invece, ne aveva uccisa di gente, ma con delle firme anzi che con pistole! Realizza di avere anche lui delle responsabilità sugli avvenimenti, quindi decide di muoversi più liberamente senza nascondersi dietro la falsa bontà.

 

L’anziano ebreo Goldberg, quando viene caricato sul treno, dice parole significative ad Hans. Per come l’ho percepito, non solo la memoria della figlia, ma anche questo messaggio è stato uno sprone, per Hans, per decidere di agire in quel modo.

 

Sì, quella che Goldberg dice ad Hans è una frase presa dal Cantico dei Cantici, l’anziano gli dice parole di amore per dargli conforto perché conosceva la sua tragedia personale e capiva di avere davanti un padre che aveva perso la figlia, oltre che un soldato, e desiderava perciò dargli conforto. Questa cosa dentro Hans germoglia; inizialmente pensava che il vecchio gli avesse svelato qualche segreto per portare indietro la figlia, ma invece non gli aveva detto niente. Erano solo parole d’amore, dette da un uomo che stava per essere mandato a morire.

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In conclusione, devo dire che è stata una serata davvero piacevole, interessante e formativa! L'autrice è stata gentilissima e ha risposto in modo esaustivo a tutte le domande, aprendo nuovi spunti di lettura del suo romanzo.

Adesso non rimane che attendere la sua nuova pubblicazione!

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